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Menù del giorno

Walter Guadagnini
Curatore, storico dell’arte e della fotografia, professore di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti a Bologna.

Il paesaggio naturale di “Islanda” e “Samsara”, le architetture di “Blank”, ora il cibo di “Menu del giorno” : è un lavoro sui generi della tradizione artistica, oltre che sulle apparenze del mondo e sulle modalità del vedere e del rappresentare, quello che da alcuni anni va sviluppando Luca Gilli, con la coerenza tipica di chi è guidato da una visione complessiva delle ragioni profonde del proprio essere artista. Se i primi capitoli di questa restituzione del mondo per via di una tavolozza tanto irreale quanto evocativa si misuravano con la presenza di consuetudini visive e culturali profondamente radicate nella fotografia italiana, innervandole di un sorprendente accento visionario, questa digressione tra strumenti e materie prime del cucinare affronta un terreno meno battuto, e forse per questo persino più affascinante. Vengono alla mente a tal proposito due delle rare, e altrettanto intriganti, serie composte sul tema da due grandi autori come Mimmo Jodice e Carlo Valsecchi, pronti a misurarsi con quella che è una delle varianti possibili del tema della natura morta, il primo con “Eden”, il secondo con “Frutta e Verdura”. Due progetti singolari all'interno di quelle ricerche, come singolare è questo di Gilli, e che insieme compongono una sorta di trilogia, all'interno della quale “Menu del giorno” si situa in una sorta di punto mediano tra l'estrema drammatizzazione espressiva di Jodice e la concettualità di Valsecchi, condividendo col primo la capacità di metamorfizzare l'oggetto sino a renderlo irriconoscibile, con il secondo la volontà di trasferire al colore una parte importante del senso stesso dell'immagine. D'altra parte, quando in una breve nota l'autore ricorda che “molte delle vicende umane, individuali e collettive, sono da sempre in qualche modo segnate, più o meno consapevolmente, dal cibo e dalla tavola ben al di là delle necessità fisiologiche”, è facile supporre che si stia riferendo – per via di suggestione – anche alla fotografia (o alla creazione dell'immagine tout court, indipendentemente dallo strumento utilizzato), in quanto azione che va al di là della necessità della resa oggettiva del reale, per manifestarsi invece come apparizione di una visione interna, dove s'accentua ulteriormente il carattere astratto dell'immagine. Una visione all'interno della quale, per usare le parole di Bajac dedicate a “Blank”, ma riferibili senza alcuna forzatura anche a questa serie, “questi luoghi comuni, ormai privi di modellato, si riscoprono ridefiniti dalla bellezza del bizzarro, dell'insolito, perfino dell'impossibile: la curva si trasforma in piano, il muro diventa pavimento, gli angoli scompaiono in un continuum indefinibile”.